miércoles, 3 de diciembre de 2014

Nouvelle sur commande

Par Marcelo Damiani 

       Le bateau pirate mouilla devant chez moi. Les marins accrochèrent l'ancre à l'arbre du voisin et se postèrent le long de la rue, regardant droit devant eux d´un air mauvais. Peu après, le capitaine mit pied à terre et vint frapper à ma porte : Je la lui ouvris et il entra sans préambule d`aucune sort, puis il s`installa au bar vermoulu qui m'étais resté d`une histoire de western ratée. "Vous êtes un écrivain, pas vrai?" m´apostropha-t-il dans un idiome inconnu. Par chance, nous maîtrisions tot deux les mêmes conventions littéraires. "Non, je suis scénariste," répondis-je. «C´est pareil," commenta-t-il dit. "On a besoin de quelqu'un qui ait beaucoup d'imagination." "Les critiques disent que je n'ai pas d'un goutte" signalai-je. «Bien», murmura-t-il, l´air pensif. "Très bon signe." Il marqua une pause. Il avala un verre de whisky qui trainait là, et me regarda. "Mon équipage et moi, on a un problème. Ça fait des années qu´on ne trouve pas la moindre aventure digne de ce nom. Personne ne veut nous mettre en scène dans une histoire; ils prétendent tous qu´on ne sert à rien et qu´on est passé de mode... On a donc décidé d'avoir notre propre écrivain". Il ne me manquait plus que ça, je songeai: Des pirates rongés par le doute existentiel. "Vous savez," répondis-je, "les récits d'aventure ne sont pas mon fort." "Ce ne pas un problème," marmmona-t-il. "Utilisez-nous dans le genre que vous voulez." Puis il se leva d´un bond, se dirigea vers la porte et ajouta: «Vous avez une semaine. N´essayez pas de nous trahir. Les deux écrivains qui s´y sont risqués n´écriront plus une seule ligne." Enfin il s´en alla. 
       C´ést alors que je me mis a rédiger cette nouvelle. Au cas où.

Traduit de l`espagnol par Vincent Raynaud.

martes, 2 de diciembre de 2014

Granada literaria

Por Marcelo Damiani

       Cuentan que Borges, siendo adolescente, visitó Granada en compañía de sus padres, y, como les pasa a casi todos, quedó totalmente enamorado de la ciudad. Muchos años después, ya invidente, quiso volver, y una persona incalificable, en la Alhambra, le leyó los versos de Francisco Asís de Icaza: “Dale limosna, Mujer, / que no hay en la vida nada / como la pena de ser / ciego en Granada”. 
       Cuánta razón tenía don Francisco… 

       El texto completo acá. 

sábado, 1 de noviembre de 2014

El cine y la amistad

Por Marcos Rosenzvaig

       Vivimos en una época donde acecha, agazapada, la distracción. Pero no como desvío del cuidado o la vigilancia del intelecto, sino como viraje vital. Una distracción nos puede costar la vida, aunque la vida también puede ser una distracción. En ese ámbito en que lo sublime y lo profano puede caber en el simple acto de distraerse, acaba de ser editada la novela La distracción de Marcelo Damiani.
(...)
     El libro es una caja de resonancia llena de ecos. Su logro mayor, quizá, es que durante la lectura uno tiene la sensación de estar en una sala de cine contemplando la última película de los hermanos Coen, basada muy libremente en una vieja comedia de Plauto, cuyo guión ha sido perpetrado por la pluma paródica de Cabrera Infante y la imaginación de un gran fabulador.
       El resultado es explosivo.

       La nota completa acá.

miércoles, 1 de octubre de 2014

Prića po narućbi

Marcelo Damiani

     Gusarski brod presto je pred mojom kućom. Mornari su bacili sidro na stablo od susijeda i polozili su se pod dužini ulice gledajući na prijed bezdušno. Malo zatim sišao je kapetan i kucao je na moja vrata; otvorim, on ušao bez govora i nagnijo se nad porušeni bar od kawboya. “Vi ste pisac, ne?” odgovorijo nepoznati jezikom; za srećom odgovorili smo i stim kniževnia jezikom. “Ni sam guioništa”, odgovorijo je. “Isto je”, kaze “trebamo nekoga za vekijom imaginacijom”. “Kritičari kažu da ja neman nieta”, naglasijo je. “Dobro”, mrmljao je zamišljen, “ovo je dobar znak”. Promislijo je i popije čašu whisky, sta bilo tu: “Pogleda ome nismo našli jednu dobru aventuru, već godinama nitko nam neda mijesta u svojoj povjesti, kažu da ne vredimo za ništa, jer smo izvani mode... I odlučili smo imati vašega vlastitoga pisca”. Jedino što je falilo mislimo sam problem gusarski radio drzavanj. “Stvari od aventure ni je moja specifičnost”, rekao je. “To nas ne zanima, ni je važno”, promrmljao, “metnimoga ruda on hoće”. Digao se naglo na noge, i okrenijo se prama vratima i dodac: “Dajtemu vremena tijedan dana, i ne usuditese da nas dva pisca su pokušaj, i vise bdmogo pisali više”. I otišao je.
       Zatim sam počeo pisati ovu priću.

       Prijevod: Myrna Katherine Darda 
       Korekcija: Jozo Ivkovic.

miércoles, 3 de septiembre de 2014

Presentación

Por Gonzalo Carranza 

       Yo quisiera empezar contando qué es lo que me gustó de El oficio de sobrevivir de Marcelo Damiani, y por qué me parece que es una novela tan importante. En primer lugar tengo que destacar que está muy bien escrita. Sin embargo, no voy a hablar mucho de esto porque considero que estar bien escrita es una condición necesaria pero no suficiente de toda buena novela. Tiene que haber, además, otras cuestiones.
       Creo que en este caso, como en las otras narraciones de Damiani, hay una relación extraña entre los personajes y la trama. Por un lado, los personajes están muy bien definidos por sus profesiones y por ciertos rasgos que podrían ser vistos como estereotípicos. Así, tenemos a un posible espía, a un artista desmemoriado y a una mujer fatal, entre otros. Esta caracterización, que por momentos parece abarcar la totalidad de los personajes, acerca la novela a los géneros populares. Pero el entramado no responde estrictamente a ningún género.

       El texto completo acá.

martes, 2 de septiembre de 2014

Il mestiere di soppravvivere

Claudio Bagnasco e Giovanna Piazza

       Il mestiere di soppravivere di Marcelo Damiani, apparso nel 2014 per le Edizioni Arcoiris a cura di Marcella Solinas, è un avvincente romanzo che unisce atmosfere da giallo alla riflessione filosofica – non priva di umorismo –, in una costruzione originale e intrigante. 
       I sette capitoli sono disseminati di elementi che il lettore raccoglie per cercare di ricomporre i legami tra i personaggi, accomunati dal fatto di vivere su di una medesima isola senza nome: si leggerà dello scrittore David Marey e di sua moglie Veronica, traduttrice; di Claudia, l’amante di David; dell’editore Oscar e di Reynaldo Gómez, critico letterario. Si ascolteranno le acute osservazioni sul rapporto tra felicità e morte del professore universitario León Tolver, ingaggiato dalla sorella per compiere assurde e misteriose missioni. E altre figure soltanto nominate saranno subito pronte a ricomparire all’improvviso, andando a delineare così intrecci imprevisti e nuove possibilità.
       Nel corso delle pagine, la voce narrante si moltiplica: a volte sono gli stessi personaggi a prendere la parola e a raccontare di sé, in alcuni capitoli invece la terza persona racconta della vita di questi uomini e donne che vivono come sospesi e interrotti, senza memoria o in viaggio o incerti sul proprio futuro o insoddisfatti o, ancora, desiderosi di togliersi la vita.
       Nessuno di essi coincide con le proprie azioni, con i fatti che lo riguardano.
       Secondo un procedimento tipico dell’arte cubista, capita che una stessa vicenda venga guardata da più punti di osservazione, i quali, posti l’uno accanto all’altro, producono un effetto surreale pronto a mettere in crisi ogni pretesa di racconto realistico.
       La narrazione, che non pare cercare mai un inizio né una conclusione, procede per variazione e somiglianza (si pensi solo alla presenza di un cane di nome Eros e di una cagnetta chiamataAfrodita o al particolare dei capelli rossi che ritorna per individuare due diverse donne, Michelle e Claudia). Si assiste a un continuo avvicinamento e allontanamento giocoso delle figure e delle parti, che impedisce di stabilire cos’è falso e cosa è vero, cosa è originale e cosa è ripetizione, cosa viene prima e cosa succede dopo.
       Nemmeno la scrittura, che ricopre un ruolo fondamentale in queste pagine, è al riparo dall’inafferrabilità e dalla moltiplicazione. L’opera dal titolo “Vivere è un plagio”, il romanzo che David non ricorda di aver scritto e che dà anche il nome a uno dei capitoli de Il mestiere di sopravvivere, è uno dei misteri a cui viene dato più spazio nel libro di Damiani (che compare come autore di una variante degli scacchi, la “variante Damiani”, p. 20).
       Essa costituisce l’occasione per svelare le intenzioni nascoste e per mettere a nudo con piglio grottesco le meschinerie e l’umanità dei protagonisti, per mostrarci personaggi ambigui, tradimenti, situazioni equivoche, fraintendimenti.
       La festa, situazione che ricorre o viene citata spesso nei capitoli, è l’esempio di un luogo di sospensione della realtà e dimensione della possibilità più imprevedibili. Durante una festa in abiti medievali Tolver viene gravemente ferito in un duello; l’io narrante del capitolo Paradiso perduto ha intenzione di suicidarsi “dopo i festeggiamenti” con gli amici (p. 33); David Marey si risveglia all’indomani di un festino in cui tutti si congratulano per il suo nuovo libro e che lui descrive in questi termini: “Quando si partecipa per la prima volta a riunioni di questo tipo si ha la sensazione di essere in cielo. Di solito sono pieni di personaggi belli e maledetti, quasi tutti ti salutano, molti ti sorridono invitanti, e c’è persino qualcuno che vuole conoscerti. Poi quando l’alcol comincia a fare effetto viene fuori il veleno. All’inizio a piccole dosi, timidamente, simile a un sussurro all’orecchio; ma a poco a poco il tono delle conversazioni si infervora, fino a che il trascorrere della notte non ti mostra l’unica verità certa: è tutto una bugia, durante le feste niente è reale.” P. 55.
       Ma il centro, cioè il motivo e lo scopo dei movimenti degli uomini e delle donne, pare rimanere sempre oscuro, ignoto, inspiegabile. Le passioni si affievoliscono, le convinzioni sono deboli, le volontà mutano. Davvero metteranno fine alla propria esistenza gli aspiranti suicidi che dichiarano al lettore le proprie intenzioni di morte? Dice Tolver: “[…] quasi tutti i suicidi […] rispettano un rigido codice del silenzio. Sanno che l’annuncio del suicidio tende a soppiantare il fatto in sé, annullandolo completamente.” P. 44.
       In altri termini, il gioco e l’artificio generano legami e trame che non portano mai all’indentità, alla verità, ma innescano continue possibilità, che, sebbene si intreccino, sono destinate a rimare sostanzialmente divergenti.
       Ciascuno è, in fondo, irrelato rispetto agli altri, ma dagli altri riceve molteplicità, rotondità, grazie ad essi viene espressa una parte del possibile di ognuno e la somiglianza di questo con il mondo.
      Ricco di riferimenti alla letteratura (già il titolo rimanda a Il mestiere di vivere di Cesare Pavese) e al cinema (aspetti che Marcella Solinas mette in luce nella postfazione), il romanzo dello scrittore argentino Marcelo Damiani, in cui si sente l’inevitabile eco di Borges, non è solo un piacevole divertimento letterario: la sostanziale incompletezza e la sospensione delle figure porta ciascuna di esse ad affacciarsi sulle questioni ultime e qualcuno – León Tolver – tenca anche di dare a esse voce. All’uomo le possibilità paiono infinite e la vita eterna, anche se in realtà non è così, poiché in fondo tutte le costruzioni – anche la letteratura – cercano soltanto l’eternità, cioè la negazione dei limiti della vita umana (in questo romanzo c’è addirittura uno scrittore di prologhi morto che parla). Persino la vita è una costruzione (una finzione, una replica, Vivere è un plagio si leggeva) che si cerca di rendere credibile. Sopravvivere significa provare a stento a restare in vita ma anche essere dei superstiti o, addirittura, continuare a vivere dopo la propria fine terrena, cioè salvarsi: “Ma in realtà nessuno sa niente della morte. […] Il cambiamento continuo che l’avrebbe inevitabilmente condotto alla morte, l’unica certezza che abbiamo nella vita, non solo gli risultava insopportabile, ma lo rendeva diffidente verso tutte le teorie sofistiche secondo cui o la vita è il miglior antidoto contro la morte, oppure l’una e l’altra formano una sorta di continuumimprescindibile e autorigenerantesi, per non dire panteistico. Secondo Tolver la sola cosa, forse, in grado di opporsi alla morte era il mito della felicità, non nella sua stupida versione postmoderna, saturata dai progressi della tecnologia e da promesse di piaceri paradisiaci, ma nella versione espressa dalla classica eudaimonia greca, connessa a una fase precedente alla vita in armonia con gli dei, quando l’esperienza della morte ancora non era stata contaminata da presunti desideri di trascendenza.”, corsivi nel testo, pp. 44-46.

       El texto completo también se puede hallar acá.

lunes, 1 de septiembre de 2014

El gordito

Por Etgar Keret

       ¿Sorprendido? Pues claro que estaba sorprendido. Sales con una chica. Una primera cita, una segunda cita, un restaurante por aquí, una película por allá, siempre en sesiones matinales, exclusivamente. Empiezan a acostarse, el sexo es espectacular y después llega también el sentimiento. Cuando de pronto, un buen día, viene a ti llorando, tú la abrazas y le dices que se tranquilice, que no pasa nada, y ella te contesta que ya no puede más, que tiene un secreto, pero no un secreto cualquiera, que se trata de algo tenebroso, de una maldición, un asunto que ha querido revelarte todo este tiempo pero no ha tenido valor para hacerlo. Porque se trata de algo que la oprime constantemente como si de un par de toneladas de ladrillos se tratara. Algo que te tiene que contar, porque tiene que hacerlo, aunque también sabe que desde el momento en que te lo revele la vas a dejar, y con razón. Y al momento vuelve a ponerse llorar.

       El resto del cuento acá.

domingo, 3 de agosto de 2014

La balada de los Coen

Por Marcelo Damiani 

       En la por ahora última, inspirada, genial película de los hermanos Coen, Inside Llewyn Davies (2013), hay una fuerte declaración de principios sobre la situación mundial del arte contemporáneo.

No es nada nuevo, por cierto, pero como el público se renueva no está mal que autores de su talla nos lo recuerden, ya que la gente tiende a olvidar las verdades más evidentes, en especial cuando les molestan un poco o mucho o directamente contradicen sus prejuicios.

       El artículo completo acá.

viernes, 1 de agosto de 2014

La lección del maestro

Por Marcelo Damiani 

       ¿Qué se espera de un prólogo? ¿Que se convierta rápidamente en un gesto de aprobación? ¿Que produzca inmediatamente el deseo de la lectura del texto que presenta? ¿O que siga el mandato de demorarse, displicente, distraído, tratando de conquistar los favores del lector, aunque no para el firmante, por supuesto, sino para el autor del libro, por medio de circunloquios y sortilegios verbales, sobre-escenificando su puesta en escena, como parece que estoy haciéndolo en este preciso instante? 

       El resto del prólogo acá.

jueves, 3 de julio de 2014

Juego, anestesia y distracción

Por Juan José Saer

Podemos también considerar el juego como una anestesia, en la medida en que se lo considera una distracción. Toda distrac- ción, por otra parte, constituye una suerte de anestesia, si te- nemos en cuenta que su funcion consiste en amortiguar estados desagradables o no placenteros.

miércoles, 2 de julio de 2014

Tres tristes tigres

       "El número tres, el adjetivo triste y el nombre común tigre se reunen nada más que en función de dificultar la pronunciación...

Me gustaba, además, la justicia sin duda poética del didactismo un día metódico del trabalenguas, que terminó en puro juego sin sentido, y por otra parte, la inevitable connotación metafísica entre esa fiera entre todas las fieras, ese animal que es, como la liana, epítome de lo salvaje y de lo exótico, habitantes de otros trópicos, y el sentimiento de malestar difuso que se llama tristeza, el más 'literario' de los males metafísicos y el más 'humano' de los estados de ánimo animales, expresado con una palabra típicamente latina. Además de que toda mi vida me ha perturbado la temible asimetría del tres que brilla oscuramente en el bosque de la mente."

Guillermo Cabrera Infante

martes, 1 de julio de 2014

Ne Dolrelo

Marcelo Damiani

       Nalazio sam se u jednom prostoru adje roditeli nebi nikada trebali nositi svoju djecu. Ali mislim kad jedam ima izvesne godine, može od savjeta rodireli skih predosjetiti i da ima pavo upoznati ugodnosti života; Iako nebi našao nikakov užitak u ovoj zatvorskoj divljini. Mjesto je bilo puno čelija i egzotičnih životinja i nismo mogli ići nikuda bez čuvarica ogrmnih.
       Tog dana sprijateljio sam se sjednim dosta velikim medvjedom, koji mije služio kao zaštitnik i bio sam uprav htio zaspati kratko vrijeme u mom novom zakloništu, kad je vika prekinila moj plan, da se odmorim, izišao sam iz sklonšta puzeći i zaista opazih prilično uzrujan dva čelava agromna i jaka uhvačeni jedan za drugoga vičeći i grizući jedan drogoga. Brzo se stvorila jedna čuvarica i rastavila ih i zgrabila svakog rukom po zadi za opasače i naglo ih bacila, tako da su letilipo zraku. Poslije ih je bacila u kaveze odvojene jedan od dritgoga. Tako sam je vidio.
       Ona je bila prekrasna i uplašena; i snoristio sam priliku i probližio sam joj se i dokazati joj mirnoću, poslije tofa bio sam ja jedini junak jojeg su se svibojali u tom odjelu. Zi početku kalo se može i očekivati nije razumila moje namjere. Poslije namje bilo zabranjeno govoriti. A li kasnije je shvatila da sam ja bio bolji. Zato što sam uvijek bio tigar kad se jeradilo o ženama. Uključujujć ola sam osjetio impuls, uvijek joj obeča vajući sigurno je ona zaslužila, alija nisam mogao i zvršavati, kad već niko nije znao što nas čeka u budućnosti. Ja iako nisam bio takav čovjek koji bise mogao suprostaviti čuvaricama.
       Župljani su nestali malo po malo okruženi čuvaricama do granica zatvora. Iskaroristio sam tu generalnu gužvu i uhvatiti moju novu prijateljicu za ruka i dovestije olo moga sklonšista i tamo smo mogli biti skriveni jedno vrijeme i sa malo sreće i ko zna i pobleći skupa. Nikad se zna. Ali onda sam ćuo nezabunjuću brenzu kcomog ali vez uspjeha u tom tvenutku osjetio sam agromne ruke koje su me zgrabile i spod pazuha i digle me u zrak saznao sam ola seje sve svršilo, vjerujcm ola je i moja drugarica sve to saznala. jer su njene očioprostile su od mene u tiširi iz nutrine skomišta.
       Ipak ona je bila spašena prešao sam iz ruku čuvarice u zagrljaj moje majke. Bilo je nevjerovatno, ali ona nije mogla razumiti da sam ja tako brzo rastao, je mije manjkalo malo da navršim dvije godine i još mije stavljala sisaljku u usra kolilo se mogu sjećati.

        Prijevod: Myrna Katherine Darda

martes, 3 de junio de 2014

La ley del casco

Por Jerry Seinfeld

Hay muchas cosas que uno puede señalar para demostrar que el ser humano no es inteligente. Pero mi favorita es que necesitamos inventar el casco. Aparentemente, lo que estaba pasando era que estábamos envueltos en un montón de actividades que destruían nuestras cabezas. No obstante, no elegimos dejar de hacer estas actividades, sino inventar algún tipo de dispositivo que nos ayudara a seguir disfrutando de nuestro estilo de vida destructor de cabezas: El casco. E incluso eso no funcionó, porque mucha gente no lo usaba, así que tuvimos que inventar la ley del casco. Lo cual es aún más estúpido, ya que la idea detrás de esta ley es intentar preservar un cerebro cuyo juicio es tan pobre que ni siquiera trata de detener la destrucción de la cabeza en la cual se aloja.

domingo, 1 de junio de 2014

Una secreta promesa del porvenir

Por Marcelo Damiani

         ¿Qué se espera de un ensayo? ¿Qué se espera de un prólogo? ¿Deben ser ambos, como sugieren muchos, leídos como motores energéticos del pensamiento o del relato? ¿O deben ser leídos simplemente como gestos? Sin duda buscan producir algún tipo de efecto energético-gestual. El primero que producen, por supuesto, es que el autor (en este caso, yo) se hace cargo, con su firma silenciosa (puesta allá arriba) de una creencia motriz en el valor del texto que se comenta. El ensayo, a la hora de los parentescos, también podría ser visto como un prólogo virtual con un aire de distracción.

         El texto completo acá.

viernes, 2 de mayo de 2014

La distracción en Perfil

Por Gustavo Valle

   Ensayemos una sinopsis: Amigos inseparables acuden a una residencia creativa en Banff, Canadá, donde conocen a otros artistas y emprenden un proyecto inconcluso y viven aventuras reales e imaginarias. Otra: Amigos unidos por la crítica cinematográfica se funden en una tercera identidad que los aglutina y que opera como receptor complementario de realidades. Una tercera: Novela cuyos personajes son admiradores o epígonos de Caín–Guillermo Cabrera Infante. En dos palabras, La distracción es una novela sobre el cine y la amistad.
       Y también sobre el humor. Hay aquí un humor permanentemente alerta que aparece en el momento justo en que la erudición o las disertaciones conducen a los personajes hacia apretados laberintos; porque esta novela es en parte una máquina reflexiva sobre la representación, y también sobre la transformación de personas en personajes, o en heterónimos, como aparentan ser muchos de los seres que vagabundean esta fantasmal novela. Y con un narrador que se desliza entre todos ellos enmascarándose, a su vez, constantemente. Un narrador que puede ser uno de los personajes, una voz coral, o el autor mismo.
     Como ocurre en su anterior novela, El oficio de sobrevivir, Damiani acude a una isla como escenario de las acciones, de los recuerdos y de la invención imaginaria. A pesar de ocurrir en Canadá, la novela está permanentemente sujeta a esa isla, que no es un lugar propiamente dicho sino un clima, una red más mental que física en la que se encuentran gregariamente varias voces.
       El libro está prologado por el mismo sujeto que prologa otros libros de Damiani: Alan Moon, quien filtra personajes y situaciones que discurren por fuera, incluso, de la obra que prologa. Es decir, Moon es un lector de ficción de la ficción y va creando con sus prólogos un relato paralelo a la materia que anticipa. ¿Un alter ego del autor? No. Más bien otro personaje de ficción para el elenco. Porque como bien dice esta inteligente novela: “Todos vivimos separándonos de nosotros mismos y desplegando nuestras potencialidades en los mundos posibles que construimos con las decisiones que tomamos, e incluso con las que no podemos tomar”.

Publicado en la edición impresa del diario Perfil (13-05-2014).

jueves, 3 de abril de 2014

Para que las cosas mantengan su entereza


Por Mark Strand

En un campo,
yo soy la ausencia
de campo.
Este es
siempre el caso.
Donde quiera que esté
soy lo que falta.

A mi paso,
separo el aire
y siempre
el aire se mueve
para llenar los espacios
donde ha estado mi cuerpo.

Todos tenemos razones
para movernos.
Yo me muevo
para que las cosas mantengan su entereza.

La versíón original acá.

miércoles, 2 de abril de 2014

El cerebro lector

Por Stanislas Dehaene 

       En este preciso momento, su cerebro está realizando una proeza asombrosa: Está leyendo. Sus ojos analizan la página en pequeños movimientos espasmódicos. Cuatro o cinco veces por segundos, su mirada se detiene el tiempo suficiente para reconocer una o dos palabras. Por supuesto, usted no se percata de cómo esta información va ingresando entrecortadamente. Sólo los sonidos y los significados de las palabras llegan a su mente consciente. ¿Pero cómo es que unas pocas marcas de un papel blanco proyectadas en su retina pueden evocar un universo entero, como hace Vladimir Nabokov en las primeras líneas de Lolita?: "Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: The tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta."

martes, 1 de abril de 2014

Una cuestión de punto de vista


Jean-Pierre Longre 

       Sobre la tapa, la palabra “novela”. En el interior, bajo el auspicio de un tal Alan Moon, jugador supremo y “deus ex machina” (esto es, en todo caso, lo que sugiere), seis historias que bien parecen ser cuentos autónomos. Están los jugadores de ajedrez bastante cerebrales en complejas relaciones (“Paraíso Perdido”); el extraño viaje que un profesor hace, a las órdenes de su hermana, a Nueva Zelanda (“Del inconveniente de haber nacido”); un escritor que, aparentemente amnésico, no recuerda haber escrito el libro que le hicieron firmar (“Vivir es un plagio”); una traductora que, atrapada entre su marido escritor y su amante editor, termina por hacer las valijas (“Más allá del bien y del mal”); un crítico comprometido pero impotente (“Critico porque soy crítico”); y una chica que vive de sus recuerdos y se hunde en la depresión (“Eterno Retorno”).
       ¿Cuentos autónomos? Tal vez, pero dependientes entre sí. A través de la lectura, hay fricción entre seres que se encontraron previamente, las historias se desenredan (un poco), se cruzan y se entrelazan (mucho), y las situaciones se aclaran sin resolverse forzosamente. La misteriosa isla donde todo sucede es un rompecabezas o un tablero de ajedrez cuyas piezas son personajes que, creyendo controlar su destino, son los juguetes de las ilusiones y los puntos de vista subjetivos, tributarios de diversos ángulos en los que la trama se presenta. 
       Todo esto conlleva a una reflexión sobre la escritura, la difusión y la lectura literaria (esto se debate a fondo), pero también a una meditación sobre el destino y la condición humana, sobre la vida y la muerte (las alusiones a filósofos o moralistas como Cioran salpican la narración). Sin embargo, en esta puesta en abismo de la existencia humana y la percepción de la misma, los misterios no se eliminan por completo, lo que no es ajeno al inquietante encanto de El oficio de sobrevivir.

lunes, 3 de marzo de 2014

Ottavia

Por Italo Calvino

       Ahora diré cómo es Ottavia, ciudad-telaraña. Hay un precipicio entre dos montañas abruptas: La ciudad está en el vacío, atada a las dos crestas con cuerdas y cadenas y pasarelas. Uno camina por los travesaños de madera, cuidando de no poner el pie en los intersticios, o se aferra a las mallas de cáñamo. Abajo no hay nada en cientos y cientos de metros; pasa alguna nube, se entrevé más abajo el fondo del despeñadero.
        Esta es la base de la ciudad; una red que sirve de pasaje y de sostén. Todo lo demás, en vez de elevarse por encima, cuelga hacia abajo: Escalas de cuerda, hamacas, casas hechas en forma de saco, percheros, terrazas como navecillas, odres de agua, picos de gas, asadores, cestos suspendidos de cordeles, montacargas, duchas, trapecios y anillas para juegos, teleféricos, lámparas, macetas con plantas de follaje colgante.
       Suspendida en el abismo, la vida de los habitantes de Ottavia es menos incierta que en otras ciudades. Saben que la resistencia de la red tiene un límite.

domingo, 2 de marzo de 2014

La interposición


Por Victor Stein

       Yo quisiera comenzar por una cuestión muy inocente. Quisiera dar una definición del libro. Naturalmente no voy a utilizar una definición propia, sino que voy a parafrasear a Mallarmé, ese gran poeta francés que además fue un gran lector de Hegel. Mallarmé dice algo muy interesante. Un libro es ese objeto que compramos en verano para llevarlo a la playa con el único propósito de interponerlo entre nosotros y el mar.

       Para leer la conferencia completa acá.

sábado, 1 de marzo de 2014

Fotos

                   Por Ante Nadomir Tadić Šutra

Las fotos no son palabras, pero hablan.
Las fotos son el alma del hombre.
Las fotos fluyen como un río,
mientras en el silencio gorgotea el arrollo.

Las fotos no son rayos, pero relampaguean.
Las fotos no tienen vida, pero existen.
Las fotos no son canciones pero cantan,
y a nadie por nada acusan.

Las fotos no son Dios, pero perdonan.
Las fotos no son jueces, pero juzgan.
Las fotos son realidad e imaginación,
son un esquema de naturaleza y gente.

Las fotos siempre fueron fotos.
Las fotos se acercan y se pierden.
Las fotos sonríen y lloran,
fruncen el ceño, y te besan.

El poema original acá.

Traducción: Myrna Katherine Darda.

lunes, 3 de febrero de 2014

La distracción en La voz del interior de Córdoba


       Para leer la entrevista en el sitio de La voz del interior acá.

       Para leer la bibliográfica de Carlos Schillling acá.

viernes, 3 de enero de 2014

La Victoria de Rey

Por Marcelo Damiani 

       Rey, onettiano empedernido, vive su sueño breve mientras cuida a Nicolás, su amigo en coma, acostado en una cama libre de la habitación de hospital, mirando con desdén las figuras veraniegas del techo, cuyas formas y sombras se proyectan caprichosamente por el movimiento de las celosías que cubren las ventanas acariciadas por el viento; Rey acaba de ver la última película de Keira Knigthley, su nueva actriz favorita, pero a diferencia de sus colegas críticos, él aún no ha escrito una sola línea sobre ella, ejercicio de pudor que también tiene algo de certeza, la sospecha de que sus palabras jamás podrían ni siquiera rozar lo que ella hace en la pantalla (o tal vez lo que la cámara hace con ella), esa forma que se escapa, esa cualidad escurridiza, siempre en fuga, insubstancial y etérea que hace que Keira sea Keira, y que para Rey, en su ensueño de hospital derruido, se ha convertido en Victoria, nombre falso de su enamoramiento platónico, convertida ahora en el personaje principal del esbozo de guión que escribe mentalmente para contárselo a Nicolás cuando despierte del coma; y Keira, ya convertida en Victoria, es la protagonista de una película impasible de ciencia ficción (aunque también podría ser vista como un ensayo posible de la conciencia de la ficción), ya que el futuro que postula no es muy distinto del presente suspendido en el que transcurren sus noches y sus días (la misma situación pasiva de su amigo), una película imposible que debería ser filmada por un cineasta no menos imposible, mezcla de Terry Gilliam y Wong Kar Wai, experto en el uso de la cámara lenta y la musicalización recursiva, preferentemente orquestada por Ennio Morricone, y sin duda con fotografía de Sven Nykvist, para mostrar en blanco y negro y a veces en sepia a una Keira fundida con su entorno expresionista, una suerte de museo de arte moderno situado en el castillo donde vive sola, encerrada, como si se tratara de una torre de marfil flotante, evanescente, al borde de la melancolía arquitectónica, un castillo que también es su cárcel, su cárcel de cristal; poco a poco, sin embargo, por medio de flashbacks e inserts, nos vamos dando cuenta de que afuera no hay nadie con vida, como si un virus letal hubiera aniquilado a la humanidad entera, y esta situación tiene que ver con Keira, ya que de una u otra manera todas las muertes se relacionan con ella; Keira lo sabe y sospecha que su misión es mantenerse a salvo, incontaminada, incólume, intuyendo que algo tiene que ver con eso su estado de ánimo o su deseo (es decir, su pelo), ya que las últimas muertes han sucedido cuando ella de alguna oscura forma (no) las deseaba; entonces comprende que su tarea es encontrar la cura de esa misteriosa caída en desgracia de todos los que entran en contacto con ella, como si se tratara de una nueva Eurídice con la maldición de Medusa; así, su sonrisa irresistible, saludo de bienvenida para el Rey que se atreva a entrar en su castillo, y, literalmente, no caiga muerto a sus pies al verla, es lo que ensaya todo el tiempo frente al espejo, cual Leonardo y Mona Lisa fundidos en un gesto, aún a sabiendas de que sólo si logra desterrar sus malos pensamientos, sólo si logra vencer la acidia fatal que la embarga, sólo así podrá allanar el camino para ser liberada de su encierro, y por fin, convertirse en una verdadera Victoria; la única Victoria posible; la Victoria definitiva: La Victoria de Rey.

jueves, 2 de enero de 2014

Entrevista excéntrica


Por Julia Milanese

    -¿Por qué decidiste hacer la presentación de tu nuevo libro en el bar Varela/Varelita?
    -El Varela, cuando estaba escribiendo La distracción, era un bar que yo frecuentaba mucho, a veces acompañado por Héctor Libertella, ya que era su oficina. Quizá por eso una de las escenas de la novela transcurre ahí, en la que además aparece como en un cameo el mozo Javier, verdadera alma mater del lugar. Pero la razón más importante es que yo quería que quien viniera al evento se llevara una buena impresión de lo que es el libro. Pretendía, no sé si se consiguió, una especie de ambientación tonal, distintiva, como para que después de leer La distracción la gente pudiera decir: “Sí; la novela es como la presentación”.
    -¿Podrías decirnos algunas palabras sobre los dos presentadores, Sergio Serebrinsky y Walter Romero, y el por qué de tu elección?
     -Yo quería salir un poco de la dinámica usual de las presentaciones de libros, y por eso le pedí a Sergio Serebrinsky (líder de la banda under “Aguante Baretta”) que hiciera una suerte de stand up seudo literario, disfrazado de falso maestro de ceremonias. A Walter Romero no hacía falta que le pidiera nada, yo ya contaba con su inteligencia lectora y su gran manejo escénico (que le viene de ser cantante de tangos). Además, me gustaba la idea de que La distracción fuera presentada por gente del ámbito literario-musical (con la que suelo llevarme muy bien), porque tengo una relación epidérmicamente secreta (o secretamente epidérmica) con la música (por eso el nombre de uno de los personajes de la novela homenajea a ese gran artista brasileño que es Hemeto Pascoal).
     -¿Por qué considerás a El sentido de la vida, El oficio de sobrevivir y La Distracción como una trilogía “involuntaria”?
     -Por las múltiples conexiones que hay entre las tres novelas (los prólogos de Alan Moon, los personajes que se repiten, las situaciones narradas más de una vez desde puntos de vista distintos, cierto trasfondo musical, etc.), conexiones que no fueron pensadas de antemano, sino que surgieron naturalmente, de forma paulatina, sorpresiva y (casi) intuitiva.
      -Por momentos pareciera que para entender tus libros hace falta algo equivalente a las 10 pistas para comprender Mulholland Drive de David Lynch (que él dio y en ese mismo tono, claro) ¿Por qué pasa eso?
      -La verdad es que no lo sé. Tal vez tenga que ver con algo que acertadamente puntualizó Walter Romero en la presentación, y es que yo trabajo bastante (quizá también de forma involuntaria) con el comienzo “in media res”, y esto siempre supone un riesgo (y puede ser que a la mayoría de los lectores les guste jugar sobre seguro). O tal vez tenga que ver con que me aburren los libros (y los comienzos) demasiado simples (o pusilánimes); me parece que con ellos se subestima la inteligencia del lector, y a mí me gusta escribir novelas (arriesgadas) que yo mismo leería, es decir, sin auto-subestimarme, obviamente. Aunque ahora que lo pienso (más allá de que agradezco la comparación con Lynch) noto que la pregunta tiene un supuesto que no comparto, porque creo que lo que escribo es muy fácil de entender. El sentido de la vida, por ejemplo, está escenificado sobre varias situaciones que buscan dilucidar el sentido de la vida. El oficio de sobrevivir está narrado por una serie de personajes que tratan de aprender el oficio de sobrevivir. La distracción, por último, está protagonizada por un personaje que cree que el sentido de la vida y el oficio de sobrevivir son, precisamente, la distracción. Más fácil, la verdad, me parece imposible.
     -¿Existe algo así como una clave para ingresar a –y entender– la literatura?
      -Sí, claro, por supuesto que hay una clave (o varias), pero es un secreto, y los grandes se lo llevan a la tumba, por eso son grandes, y por eso los seguimos leyendo.

miércoles, 1 de enero de 2014

Granada literaria

       Así que cuando uno llega a esta exquisita ciudad lo primero que tiene que hacer es dar gracias por el sentido de la vista (no de la vida). Asumir, ante todo, que uno es afortunado. No importa si cae una leve llovizna o si pesa el equipaje. No importa si están arreglando la calle o el empedrado se empeña en detener nuestro avance. No importa, sobre todo, si uno está tentado de parafrasear al gran Kavafis: “Cuando emprendas tu viaje a la Alhambra / pide que el camino sea largo”.
       Sin duda, el lugar ideal para alojarse es la residencia “Carmen de la Victoria”, en la cuesta del Chapiz, en cuyo living aún está el piano con el que García Lorca solía deleitar a los pasajeros en tránsito. Pero uno no se puede engolosinar demasiado, ya que aún hay que cumplir con obligaciones académicas (una clase inaugural, género indómito por excelencia) y para ello recorrer las calles curvas, empinadas, angostas, en busca de la facultad de Filosofía y Letras, situada en un edificio cuyo brutalismo hi-tech es una muestra de la convivencia armónica de lo arcaico con lo novedoso (una constante en toda Granada), y que recuerda un poco a la Universidad Central de Caracas (patrimonio de la humanidad).
       Allí, en el Campus Cartuja (no de Parma), uno puede encontrar a su Hada Madrina (¿será una Nereida?), y entonces, como si durante la caminata nos hubiéramos deslizado imperceptiblemente en otra dimensión, de pronto uno siente que está dentro de un relato fantástico, en el que nada es imposible.
       “Pide que el camino sea largo”, continúa Constantinos, “que muchas sean las mañanas de verano”, en que bajes la cuesta con calma, guiado por tu Ana Madrina (definitivamente una Nereida, de Marbella), en dirección al mejor restaurante (secreto) de la ciudad. Ella, con su simpatía y magia andaluza, te mostrará las pequeñas tiendas fenicias y egipcias, donde luego te harás de hermosas mercancías, practicando el viejo arte del regateo. Así, mientras respiras el aire mediterráneo, te asaltará el recuerdo de la bella ciudad inglesa de Bath (deberías agradecer también que has tenido la suerte de vivir allí), acaso por el común antepasado romano que, a más de 15 siglos de distancia, aún se percibe en la arquitectura urbana.
       Después darán una vuelta por la plaza de la trinidad, y ahí dejarás que el violinista local reconozca tu acento argentino, para que se luzca con un tango que, por supuesto, no puede ser otro que “Volver”. Ahí deberán improvisar unos pasos como si realmente supieran bailar. Sentirás que es un soplo la vida, que veinte años no es nada, que febril la mirada, y que eso es una dádiva. Tal vez, porque “el viajero que huye, tarde o temprano detiene su andar”, de pronto, tu Hada Madrina (¿será Halia o será Galatea?) se despedirá, no sin antes sentarte frente a unas cañas con los nuevos amigos: Munir, Gonzalo, Tiffany, José Gabriel y Antonio Ginés, docentes, editores, escritores y filólogos del futuro.
       Así, disfrutarás de sus historias nórdicas y marroquíes, y te dejarás conducir por pubs y bares de tapas hasta llegar a La Tertulia, el refugio literario de la ciudad, regenteado por un cordobés argentino (la aclaración, acá, es pertinente) que tiene el honor de haber recibido la visita de Borges y Di Benedetto, nada menos. Es cuando alguien propone ir a la Alhambra en ese mismo momento, en plena noche, para colarse por un lugar secreto que sólo conocen los jóvenes, donde dormita un guardia gordo y en muy mal estado atlético: “Nunca nos alcanzaría si nos quiere correr”, acotan todos. Hay que reír con ganas de la ocurrencia, agradecer la invitación y, por supuesto, declinar la oferta. No sea cosa que en vez del guardia aparezca el jinete sin cabeza de Washington Irving.
       Ahora ya falta poco, porque has dejado lo mejor para el último día: La Alhambra. Levantarse temprano, desayunar bien y emprender el camino ascendente del cerro de Medina es la tarea mañanera. Allá arriba, cerca de la entrada, estarán esperándote los versos de García Lorca: “Quiero bajar al pozo / quiero subir los muros de Granada / para mirar el corazón pasado / por el punzón oscuro de las aguas”. En la calle Real (nombre borgeano-saereano si los hay) te aguarda el recuerdo de Manuel de Falla (que vivió allí entre 1920 y 1922), esta vez homenajeado en las sabias palabras de Juan Ramón Jiménez: “Se fue a Granada por silencio y tiempo, y Granada le sobredió armonía y eternidad”.
       Entonces sí, luego de resistir la fuerte tentación de mudarte a Granada para siempre, ya sólo queda entrar a esa fortaleza roja y recorrerla de punta a punta: El Palacio de Carlos V, la plaza de los aljibes, la alcazaba, el mexuar, el patio de los arrayanes, la puerta de la justicia, el Generalife, y el partal. Por fin, si es posible, hay que detenerse exhausto en el célebre patio de los leones, donde ya no es decoroso pensar, ni hablar, ni escuchar, ante tanta belleza, y sólo se puede optar por el silencio, porque es allí, precisamente allí, donde mueren las palabras.